Una finestra sul mondo: il Tibet

“Mai più stragi, basta con le violenze, basta con l’odio”.
Risuonavano forti oggi le parole del Papa in Piazza San Pietro; erano riferite principalmente all’Iraq ma ci piace sperare, ed è sicuramente così, fossero rivolte a tutte le situazioni mondiali in cui l’essere umano si trova a vivere senza che i diritti fondamentali, assicurati in via teorica in tutto il globo, siano incarnati nella vita concreta.
Il Tibet affronta in questi giorni uno dei punti più bassi dei suoi rapporti politici con la Cina, che reprime violentemente da molto tempo la minoranza tibetana, che si oppone all’occupazione cinese che dura dal 1950, quando i maoisti entrarono a Lhasa, e ai tentativi del governo di imporre in quell’Himalaya arcaico e contadino la cultura imperante a Pechino e Shangai: una cultura esasperatamente “economica” e “moderna”.
Gli ultimi veri e propri scontri violenti risalgono al 1989, quando Hu Jintao non esitò a provare la repressione armata, proprio pochi mesi prima della strage di Piazza Tienanmen.
Dopo una fase senza violenza esplicita nei confronti della popolazione cinese, pochi giorni fa di nuovo i rapporti si incrinano: arrestati una cinquantina di monaci e repressa nel sangue una manifestazione pacifica di alcuni di essi contro l’occupazione cinese, provocando diverse vittime (per Radio Free Asia, emittente finanziata da Washington, i morti sarebbero solo due. Secondo l’agenzia di stampa ufficiale Nuova Cina molti poliziotti sarebbero rimasti gravemente feriti, e questo farebbe supporre l’uso della violenza da ambo i lati). Inoltre molte veicoli e mercati sono andati in fiamme e i soldati hanno circondato e chiuso tre monasteri.
Il Dalai Lama, in esilio in India, e il segretario generale dell’ONU Ban Ki-Moon, si rivolgono a tibetani e cinesi per interrompere la spirale di violenza; quasi tutti i governi occidentali si distaccano dalla linea politica cinese seguita in Tibet, ma nessuno blocca i rapporti commerciali, tanto ambiti in questa fase storica, con il gigante cinese; nessun governante rischia di parlare di diritti umani con lo stato più popoloso del mondo, evitando scontri ideologici (l’ideologia imperante oggi è quella del mercato) con quella che potrebbe essere la nuova superpotenza mondiale nel giro di pochi decenni.
Si alzano voci isolate per un probabile boicottaggio delle Olimpiadi da parte degli atleti occidentali, tesi che purtroppo anche il Dalai Lama rifiuta.
A pochi mesi dall’evento mondiale che dovrebbe incarnare i valori di libertà, rispetto e pace, la situazione è delicatissima: l’educazione in Cina crea falsi concetti secondo i quali il Tibet è sempre appartenuto alla Cina, inoltre il Tibet rappresenta una minoranza esigua della popolazione cinese… una strada in salita insomma… ma i Tibetani, arroccati sulle fortezze naturali delle loro montagne, a contatto con le altezze impervie dell’Himalaya, sanno guardare certamente al futuro con speranza, come se esso fosse una scalata a cui non rinunciare.

E alla società civile che resta da fare?
Spingere i governanti verso una politica più etica e meno di mercato, acquistare consapevolezza sulla questione tibetana e, perchè no, boicottare le Olimpiadi in Tv… tanto saranno ad orari impossibili!!

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Oreste